Mattia Colombo

Tecnologia: senza competenza non vale

S’intitola ‘Ritmo Sbilenco – filmino su Elio e le Storie Tese’ e arriva al cinema domani. Distribuito da Feltrinelli Real Cinema e Wanted, prodotto da OffiCine(IED e Anteo) e Hukapan, il film è consigliato da Sky Arte HD.

 

Il regista del film, nato dal Laboratorio di Alta Formazione di OffiCine, è Mattia Colombo che ci regala questo ritratto al presente di una delle band italiane di maggior successo e che abbiamo intervistato.

Ritmo sbilenco

Perché “filmino”? 

Filmino perché Filmini era il titolo provvisorio durante la lavorazione del film e ne eravamo talmente affezionati che quando abbiamo deciso di intitolare il film Ritmo Sbilenco, brano contenuto nell’ultimo album del gruppo, abbiamo mantenuto Filmino nel sottotitolo. Il motivo invece nasce durante il primo incontro con la band quando ho capito che il motivo per cui accettavano di farsi riprendere per la prima volta senza troppe maschere addosso nasceva da un desiderio specifico, quello di potersi rivedere tra diversi anni cresciuti (o invecchiati) ma sempre gli stessi, come spesso capita davanti ai filmini in Super8 di quando si è piccoli.

Perché proprio Elio e le storie Tese?

Quando abbiamo pensato di dedicare un intero corso di cinema alla creazione e produzione di un documentario musicale volevamo andare al di là del comune ritratto biografico, non ci interessava raccontare gli esordi, il successo e la storia di un artista, volevamo parlare di musica e della vita più “comune”, quella lontana dai riflettori perché considerata meno interessante, appariscente. Farlo insieme a Elio e le Storie Tese rendeva la sfida più stimolante perché sono una band molto conosciuta ma anche molto schiva, si presentano al mondo con degli pseudonimi, si travestono, si truccano, si incollano delle protesi facciali prima di andare in scena, e il pubblico li ama per questa immagine che danno di loro. Abbiamo pensato di provare a guardare cosa c’è sotto quelle maschere. Abbiamo chiesto loro di provare a levarsele davanti alle nostre telecamere. Il risultato è questo film.

Quale tecnologia è stata usata per le riprese?

Tecnologia? Abbiamo fatto tutto con una buona camera, delle vecchie ottiche (e un ottimo direttore della fotografia), un microfono stereo e un buon mixer (e un ottimo fonico) e la migliore troupe di studenti curiosi e affiatati. La tecnologia senza competenze e passione non serve a molto.

Due parole sul contenuto di progetto. Si tratta di un lavoro che ha rappresentato anche un momento formativo per un gruppo di studenti, giusto?

Il film è il risultato di un Laboratorio pratico, una formazione sul campo dove una troupe di studenti ha affiancato una troupe di Filmmaker professionisti. L’obiettivo principale del Laboratorio è trasmettere uno degli aspetti più importanti del “fare documentario”:ovvero la capacità di ascolto e la propensione a cogliere l’essenza delle storie da raccontare, muovendosi in punta di piedi, senza invadere i confini di un rapporto che si instaura nella quotidianità e nel rispetto dei tempi di ciascuno. Tutto questo direttamente sul set: ovvero mentre si gira il film.

Da regista che ne pensi dell’Ultra HD o 4K che dir si voglia?

Ho già riposto in parte precedentemente. Abbiamo scelto di girare in HD perché dovevamo seguire il gruppo per un bel po’ di tempo. E non solo. Volevamo seguire ogni singolo musicista nella vita di tuti i giorni. Sono tanti. Sono in 7. Se avessimo girato in 4K avremmo avuto bisogno di troppa memoria!

Guarda il trailer qui sotto

Della troupe senior hanno fatto parte anche il DOP Jacopo Loiodice, il fonico Paolo Benvenuti e la montatrice Valentina Cicogna. Ad affiancare il team, un gruppo di studenti composto da Giulia Palladini, Monica Chiari e Alessandra Savoldi per la produzione, Alessandro Alliaudi per il montaggio, Jacopo Mutti, Nicolò Broggion e Francesco Cafagna che si sono occupati di regia e fotografia. L’intero progetto ha la supervisione artistica di Silvio Soldini e di Paolo Cottignola per il montaggio.